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Disturbo di Ansia Generalizzato

Farmaci e terapie

Quali farmaci per il Disturbo di Ansia Generalizzato?

Il trattamento del disturbo d’ansia generalizzato è di tipo psicoterapeutico e/o farmacologico. La scelta dell’uno e dell’altro deve tener conto delle patologie che spesso sono co-presenti (la comorbilità si attesta sull’80-90%) e dell’elevato rischio di recidiva.

Il trattamento psicoterapeutico di prima linea è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), che insegna ai pazienti a sostituire pensieri positivi e non ansiogeni a quelli che invece scatenano ansia e preoccupazione. La CBT si basa su un numero variabile di sedute (6-12), con cadenza settimanale. Circa la metà dei pazienti che rispondono alla CBT mantengono i traguardi raggiunti nel tempo (Durham et al., 2003).

Gli antidepressivi costituiscono il cardine dell’intervento farmacologico nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato, considerando anche il fatto che spesso la depressione è presente come comorbilità. Gli inibitori della ricaptazione selettiva della serotonina (SSRI, Selective Serotonin Reuptake Inhibitors) e gli inibitori della ricaptazione della serotonina e noradrenalina (SNRI, Serotonin Noradrenaline Reuptake Inhibitors) sono i farmaci di prima linea con un tasso di risposta del 30-50%. Gli antidepressivi triciclici imipramina e clorimipramina sono stati tra i primi antidepressivi ad essere impiegati nel trattamento dell’ansia patologica, ma l’elevata incidenza di effetti collaterali portava quasi la metà dei pazienti ad abbandonare la terapia prima della comparsa della remissione. Inoltre, le evidenze scientifiche progressivamente raccolte a favore del coinvolgimento del sistema serotoninegico nella patofisiologia dei disturbi dell’ansia hanno spostato la pratica clinica verso gli antidepressivi ad azione antiserotoninergica più selettivi.

Altri farmaci impiegati comprendono le benzodiazepine, gli inibitori delle monoaminoossidasi (MAOi), il buspirone e il pregabalin. Diversi studi clinici supportano l’uso dell’antidepressivo agomelatina e dell’antipsicotico atipico quetiapina.

La scelta tra la terapia cognitivo comportamentale o quella farmacologica dipende dal quadro clinico del paziente e dalla sua maggiore propensione ad aderire all’una o all’altra (compliance). Nei casi più complessi, la combinazione dei due approcci consente di ottenere benefici clinici migliori.

SSRI
Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina o SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors) sono considerti i farmaci di prima linea nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato. Tra gli SSRI sono utilizzati nei disturbi d’ansia: citalopram, escitalopram, fluoxetina, fluvoxamina, sertralina e paroxetina. Di questi solo escitalopram e paroxetina sono approvati per il trattamento del disturbo d’ansia generalizzato; l’uso degli altri SSRI nel disturbo d’ansia generalizzato è pertanto off label (fuori dalle indicazioni terapeutiche approvate) Gli SSRI risultano in genere indurre effetti ansiolitici a dosaggi più bassi rispetto a quelli richiesti nel trattamento della depressione maggiore ed evidenziano un tempo di latenza inferiore nel trattamento dell’ansia rispetto alla depressione.

L’escitalopram (10-20 mg/die) è risultato efficace nel ridurre la sintomatologia ansiosa nei pazienti adulti con disturbo d’ansia generalizzato. L’azione dell’escitalopram si manifesta dopo 1-2 settimane dall’inizio del trattamento e il tasso di risposta negli studi a breve termine (8 settimane) si attesta sul 68% (vs 41% con il placebo) con un’incidenza degli eventi avversi sovrapponibile al placebo (8,9% vs 5,1%; p=0,27) (Davidson et al., 2004). L’escitalopram mantiene la sua efficacia anche sul lungo periodo: in uno studio in aperto, il 92% dei pazienti trattati per 24 settimane ha risposta alla terapia (risposta terapeutica: punteggio CGI≤2 e punteggio HAM-A: 6,9) (Davidson et al., 2005). Inoltre, il rischio di ricaduta nei pazienti trattati con il farmaco è risultato 4 volte più basso rispetto al placebo (19% vs 56%: p<0,001) (Allgulander et al., 2006).

Nei pazienti anziani (60 anni o più) l’escitalopram (10-20 mg/die) è stato associato ad un tasso di risposta cumulativa maggiore del placebo dopo 12 settimane di terapia (la differenza non è invece risultata statisticamente significativa considerando il tasso di risposta ottunuto con l’analisi intention-to-treat). I pazienti trattati con escitalopram hanno mostrato miglioramenti più consistenti nel punteggio relativo ai sintomi d’ansia e alla capacità di assolvera ai compiti legati alla quotidianità (famiglia, lavoro, relazioni sociali) (Lenze et al., 2009).

L’escitalopram è risultato efficace nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato anche nella popolazione pediatrica. La somministrazione di escitalopram (dosi fino a 20 mg/die) per 8 settimane ha migliorato in modo significativo il punteggio della scala PARS (Pediatric Anxiety Rating Scale) e CGI (Clinical Global Impessions) rispetto al placebo (PARS: -8,65±1,3 vs -3,52±1,1; p=0,005) (Strawn et al., 2020).

La paroxetina ha evidenziato efficacia terapeutica superiore al placebo a breve termine (8 settimane) e a lungo termine (32 settimane) nella prevenzione delle ricadute. Negli studi a breve termine, l’antidepressivo è risultato migliorare la sintomatologia ansiosa, con tassi di remissione del 30-40% rispetto al 20% del gruppo placebo (Rickels et al., 2003; Pollack et al., 2001). La paroxetina è risultata superiore al placebo anche nella prevenzione delle ricadute: dopo 32 settimane, il tasso di ricaduta è risultato del 39,9% vs il 10,9% rispettivamente con l’antidepressivo e il placebo. Nei pazienti che avevano continuato l’assunzione della paroxetina, il tasso di remissione (73%) era doppio rispetto al gruppo placebo (Stocchi et al., 2003).

Nel trattamento a lungo termine del disturbo d’ansia generalizzato. l’escitalopram presenta un profilo di tolerabilità più favorevole rispetto alla paroxetina. In uno studio di comparazione della durata di 24 settimane, il tasso di sospensione per eventi avversi è risultato più basso con escitalopram (6,6% vs 22,6%). Nello stesso studio, l’incidenza di eventi avversi associati al trattamento è risultata inferiore con escitalopram (77,0% vs 88,0%): l’escitalopram è stato associato ad un rischio maggiore di diarrea e infezioni della alte vie respiratorie, mentre la paroxetina ad un rischio maggiore di insonnia, stipsi, disturbi dell’eiaculazione, anorgasmia e riduzione del desiderio sessuale (Bileski et al., 2005).

Anche la sertralina è risultata efficace nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato. In uno studio a breve termine (8 settimane) la risposta terapeutica e il tasso di remissione sono risultati sovrapponibili nei pazienti trattati con sertralina o paroxetina. Nessuna differenza significativa è stata evidenziata in termini di tollerabilità (Ball et al., 2005).

Appartengono alla classe degli SSRI i seguenti farmaci approvati per il disturbo d’ansia generalizato (tra parentesi le specialità medicinali presenti in Italia):

SNRI
Nel gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e noradrenalina (SNRI, Serotonin Norepinephrine reuptake inhibitors) sono indicati per il disturbo d’ansia generalizzato la venlafaxina a rilascio prolungato (RP) e la duloxetina.

La venlafaxina RP ha evidenziato efficacia terapeutica nei pazienti con disturbo d’ansia generalizzato definito secondo i criteri del DSM-IV, senza disturbo depressivo, sia in studi a breve termine (8 settimane) verso placebo e buspirone sia in studi a lungo termine (6 mesi) verso placebo (Boyer et al., 2004; Davidson et al., 1999; Haskins et al., 1998 e 1998a). Rispetto all’escitalopram, la venlafaxina RP ha evidenziato una minor tollerabilità in uno studio a breve termine (incidenza eventi avversi: 13% vs 7% vs 5% rispettivamente con venlafaxina RP, escitalopram e placebo) (Bose et al., 2008). In uno degli studi in cui il follow up è durato fino a 6 mesi, la percentuale dei pazienti responsivi alla venlafaxina RP è passata dal 42% alla 2a settimana al 69% dalla 6a alla28esima settimana contro, rispettivamente, il 21% e il 42-46% nel gruppo placebo) (Gelenberg et al., 2000).

La duloxetina ha evidenziato una maggior efficacia rispetto al placebo nel migliorare i sintomi psichici, ma non verso i sintomi somatici dell’ansia, in una metanalisi comprensiva di 8 studi clinici a breve termine nei pazienti adulti con disturbo d’ansia generalizzato (Xinyuan et al., 2018). Viceversa, in tre studi clinici precedenti, due studi di efficacia della durata di 9-10 settimane (840 pazienti) e uno studio di prevenzione delle ricadute della durata di 26 settimane in aperto più 26 settimane in doppio cieco verso placebo (887 pazienti), la duloxetina è risultata più efficace del placebo nel migliorare i sintomi somatici legati all’ansia quali dolore, cefalea, dolore alla schiena e dolore alle spalle (Beesdo et al., 2009).

Appartengono alla classe degli SNRI i seguenti farmaci (tra parentesi le specialità medicinali presenti in Italia):

Benzodiazepine
Le benzodiazepine hanno un effetto ansiolitico rapido e sono utilizzate frequentemente in associazione agli SSRI per controllare la sintomatologia fino a quando gli antidepressivi non iniziano a fare effetto; a questo punto la dose di benzodiazepina viene gradualmente ridotta fino all’interruzione. Le benzodiazepine, infatti, sono raccomandate per terapie a breve termine poiché causano tolleranza e dipendenza con l’uso prolungato; nelle persone anziane favoriscono il rischio di caduta. Storicamente, le benzodiazepine hanno preceduto gli antidepressivi nel trattamento dell’ansia patologica. Quando hanno preso piede gli antidepressivi, le benzodiazepine sono state via via relegate ad un ruolo più “sintomatico”, a breve termine, nel trattamento dei disturbi d’ansia. Le benzodiazepine hanno evidenziato un’efficacia uguale o inferiore a imipramina, clorimipramina, MAO inibitori e SSRI nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato a medio e lungo termine (Pancheri, Romiti, 2000).

Appartengono alla classe delle benzodiazepine i seguenti farmaci (tra parentesi le specialità medicinali presenti in Italia):

Buspirone
Il buspirone è disponibile in Italia esclusivamente come preparato galenico in farmacia (come specialità medicinale non è più disponibile in commercio in Italia dal 2004). Agonista parziale dei recettori della serotonina 5-HT1A, è utilizzato per il disturbo d’ansia generalizato e sociale, anche in associazione ad un antidepressivo SSRI. Negli studi clinici ha evidenziato un effetto ansiolitico sovrapponible alle benzodiazepine (diazepam, oxazepam, lorazepam, alprazolam, clobazam), con una durata d’azione fino a 12 mesi (Delle Chiaie et al., 1995; Gammans et al., 1992; Enkelman, 1991; Ansseau et al., 1990; Bohm et al., 1990; Ross, Matas, 1987;.Feighner, 1987) Rispetto alle benzodiazepine, il buspirone ha evidenziato minori effetti sedativi e a livello motorio; minori effetti da sospensione, ma un periodo di latenza maggiore, analogo a quello degli antidepressivi (2-3 settimane) (Pancheri, Romiti, 2000; Petracca et al., 1990). L’efficacia del buspirone nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato è stata evidenziata anche nella popolazione anziana (Mokhber et al., 2010).

Pregabalin
Il pregabalin è considerato un farmaco di prima linea nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato insieme agli SSRI escitalopram e paroxetina e agli SNRI venlafaxina RP e duloxetina. Il pregabalin agisce legandosi alla proteina alfa2-delta, subunità dei canali del calcio voltaggio-dipendenti. Questo legame riduce il rilascio di noradrenalina Ca e K-dipendente e di glutammato K-dipendente nel tessuto corticale. Il pregabalin quindi agisce sulla modulazione inibitoria dell’eccitabilità neuronale.

La breve emivita (che previene la persistenza degli effetti collaterali), l’assenza di metaboliti attivi e di interazione con il citocromo P450 del pregabalin rappresentano dei vantaggi nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato, anche in presenza di comorbilità inclusa la depressione. L’aspetto critico del’uso de pregabalin riguarda la funzionalità renale, che richiede cautela nell’uso del farmaco in presenza di fattori di rischio (anamnesi per abuso di sostanze, uso di farmaci che possono favorire l’insufficienza renale, pazienti anziani) (Buoli et al., 2017).

Nei pazienti con disturbo d’ansia generalizzato il pregabalin è risultato efficace nel migliorare sia i sintomi psichici sia quelli somatici (Feltner et al., 2008; Montgomery et al., 2008). Rispetto alle benzodiazepine, il pregabalin ha evidenzato una maggiore tollerabilità sia in termini di incidenza di eventi avversi che di interruzione del trattamento per eventi avversi (Generoso et al., 2017). In una metanalisi relativa a 14 studi clinici controllati, il pregabalin è stato confrontato con placebo, SSRI/SNRI e benzodiazepine (Cardoner et al., 2025). Indipendentemente dalla durata, il pregabalin è risultato associato ad un tasso maggiore di risposta valutata tramite la scala HAM-A: il pregabalin (dosi inferiori o superiori a 300 mg/die) è risultato superiore al placebo; superiore (dosi >300 mg/die) alle benzodiazepine; analogo (dosi <300 mg/die) agli SSRI/SNRI (la metanalisi non comprendeva studi di confronto con pregabalin somministrato ad alto dosaggio, cioè dosi >300 mg/die). Anche il punteggio GCI-I (Clinical Global Impression-Improvement) è risultato migliore nei pazienti trattati con pregabalin. Dal punto di vista della tollerabilità l‘incidenza di eventi avversi e la percentuale di pazienti che hanno sospeso il trattamento sono risultati minori con pregabalin rispetto agli SSRI/SNRI e alle benzodiazepine (Cardoner et al., 2025).

Agomelatina
L’agomelatina è un farmaco antidepressivo approvato per la depressione maggiore. Diversi studi clinici hanno evidenziato un potenziale ruolo terapeutico nella terapia del disturbo d’ansia generalizzato dell’agomelatina il cui tasso di remissione e di interruzione per eventi avversi è risultato rispettivamente pari al 67% e al 68% (Hood et al., 2025). In tre studi randomizzati verso placebo, l’agomelatina (25-50 mg/die) ha mostrato maggior efficacia nel ridurre la sintomatologia ansiosa (67,1% vs 32,5% rispettivamente con il farmaco e il pacebo) sia nell’indurre remissione (38,8% vs 17,3%) dopo 12 settimane di terapia (Stein et al., 2021). L’agomelatina ha mostrato efficacia superiore a placebo anche nel ridurre il rischio di ricaduta (19,5% vs 30,7%) in uno studio della durata di 6 mesi; la maggior efficacia dell’agomelatina è stata osservata anche in pazienti con malattia severa (Hamilton Anxiety Rating Scale ≥25; Clinical Global Impression Scale ≥5) (Stein et al., 2012).

In studi clinici a breve termine, l’agomelatina è stata associata a tassi di risposta clinica più alti e ad un miglioramento dei sintomi più rapido rispetto agli SSRI e SNRI (Buoli et al., 2017a). In uno studio di confronto con escitalopram (10-20 mg) in pazienti con disturbo d’ansia generalizzato severo, il tasso di risposta dopo 12 settimane di terapia è risultato pari al 60.9% con agomelatina e al 64,8% con escitalopram; la non-inferiorità dell’agomelatina verso escitalopram non ha raggiunto la significatività statistica. In entrambi i gruppi di trattamento il punteggio relativo ai sintomi psichici e somatici legati all’ansia è diminuito, i parametri legati a vigilanza e sonno sono migliorati così come la capacità di provare piacere. L’agomelatina è stata associata ad una minor incidenza di eventi avversi (Stein et al., 2018).

Quetiapina
In pazienti adulti con disturbo d’ansia generalizzato la somministrazione di quetiapina a rilascio prolungato (50 e 150 mg/die) in monoterapia in acuto ha determinato tassi di risposta terapeutica e di remisione superiori al placebo, paragonabili a quello degli antidepressivi SSRI. La percentuale di pazienti che ha interrotto il trattamento con quetiapina (50 e 150 mg/die) e quella di chi ha interrotto il trattamento per eventi avversi nel gruppo quetiapina 50 mg/die sono risultate sovrapponibili ai valori osservati con gli SSRI (Maneeton et al., 2016). La quetiapina ha evidenziato efficacia terapeutica anche nel trattamento a lungo termine del disturbo d’ansia generalizzato e come terapia supplementare nel trattamento acuto (sia nella formulazione a rilascio prolungato sia in quella a rilascio immediato) (Perna et al., 2016; Kreys, Phan, 2015). In pazienti con disturbo d’ansia generalizzato con risposta insufficiente al trattamento farmacologico con SSRI o SNRI, l’aggiunta di quetiapina a rilascio prolungato non ha comportato una variazione della scala HAMA statisticamente significativa rispetto al placebo dopo 8 settimane di terapia (esito clinico primario); questa differenza è stata raggiunta in alcuni esiti clinici secondari (Khan et al., 2014).