Come si diagnostica la Dermatite atopica?
Gli esami disponibili per diagnosticare la dermatite atopica comprendono:
La diagnosi della dermatite atopica è prevalentemente clinica e si basa sull'integrazione tra anamnesi, esame obiettivo e riconoscimento delle caratteristiche tipiche della malattia. A differenza di molte altre patologie dermatologiche, non esiste un singolo esame di laboratorio, un biomarcatore o un test strumentale in grado di confermare da solo la diagnosi. Il medico formula il sospetto diagnostico valutando l'insieme dei sintomi, la distribuzione delle lesioni, l'andamento cronico-recidivante e la presenza di una predisposizione atopica personale o familiare. Questo approccio è confermato dalle più recenti linee guida europee e internazionali, che continuano a considerare la dermatite atopica una diagnosi essenzialmente clinica (Wollenberg et al., 2025; Guttman-Yassky et al., 2025).
Uno degli aspetti più importanti è distinguere la dermatite atopica da altre dermatosi infiammatorie che possono presentare manifestazioni simili, soprattutto nelle fasi iniziali o nei casi atipici. Per questo motivo la diagnosi richiede un'attenta valutazione dell'intero quadro clinico piuttosto che della singola lesione cutanea.
Anamnesi: il primo passo della diagnosi
L'anamnesi rappresenta il momento fondamentale del percorso diagnostico. Durante il colloquio il medico raccoglie informazioni sulla comparsa dei sintomi, sulla loro evoluzione nel tempo, sull'intensità del prurito, sulla frequenza delle riacutizzazioni e sull'eventuale presenza di fattori in grado di peggiorare la malattia.
Particolare attenzione viene rivolta all'età di esordio. Nella maggior parte dei pazienti la dermatite atopica compare entro i primi cinque anni di vita e circa la metà dei casi si manifesta già nel primo anno. Tuttavia, negli ultimi anni è stato riconosciuto con sempre maggiore frequenza anche un esordio in età adulta, che presenta caratteristiche cliniche in parte differenti rispetto alle forme pediatriche (Guttman-Yassky et al., 2025; Langan et al., 2020).
Il medico valuta inoltre la presenza di altre malattie atopiche, come asma bronchiale, rinite allergica, congiuntivite allergica e allergie alimentari. Sebbene tali condizioni non siano indispensabili per la diagnosi, la loro associazione aumenta la probabilità che il quadro clinico sia effettivamente riconducibile alla dermatite atopica.
Anche la storia familiare riveste un ruolo importante. La presenza di parenti di primo grado affetti da dermatite atopica, asma o rinite allergica suggerisce una predisposizione genetica che rafforza il sospetto diagnostico.
L'anamnesi comprende inoltre l'identificazione dei possibili fattori scatenanti o aggravanti. Il paziente può riferire un peggioramento dopo esposizione a detergenti aggressivi, lana, sudorazione intensa, caldo, freddo secco, stress emotivo o infezioni cutanee. Questi elementi non sono specifici della malattia, ma contribuiscono a delinearne il comportamento clinico.
Esame obiettivo dermatologico
L'esame obiettivo permette di valutare le caratteristiche morfologiche delle lesioni e la loro distribuzione anatomica. Il medico osserva attentamente l'aspetto della cute, la presenza di eritema, papule, vescicole, essudazione, croste, desquamazione, escoriazioni e lichenificazione, cioè l'ispessimento della pelle conseguente al grattamento cronico.
Un elemento sempre presente è la xerosi cutanea, ossia la secchezza della pelle, che interessa spesso anche le aree apparentemente sane. La valutazione della barriera cutanea costituisce infatti parte integrante dell'esame clinico (Langan et al., 2020; Weidinger et al., 2018).
La distribuzione delle lesioni rappresenta uno degli elementi più utili per orientare la diagnosi. Nei lattanti prevale il coinvolgimento del volto, delle guance, del cuoio capelluto e delle superfici estensorie degli arti, mentre la regione del pannolino è generalmente risparmiata. Nel bambino le lesioni tendono progressivamente a localizzarsi nelle pieghe flessorie dei gomiti e delle ginocchia, ai polsi, alle caviglie e al collo. Negli adolescenti e negli adulti sono frequentemente interessati collo, mani, palpebre, volto e superfici flessorie degli arti (Guttman-Yassky et al., 2025; Langan et al., 2020).
Il riconoscimento di queste distribuzioni tipiche è spesso sufficiente, insieme all'anamnesi, per formulare la diagnosi.
I criteri diagnostici di Hanifin e Rajka
Per rendere più uniforme la diagnosi, nel 1980 Hanifin e Rajka proposero un sistema di criteri clinici che ancora oggi rappresenta il principale riferimento storico per la dermatite atopica (Hanifin, Rajka, 1980).
I criteri prevedono la presenza di quattro criteri maggiori e numerosi criteri minori. Tra i criteri maggiori figurano il prurito, la tipica morfologia e distribuzione delle lesioni, il decorso cronico o cronico-recidivante e la storia personale o familiare di atopia.
I criteri minori comprendono numerose manifestazioni associate, tra cui xerosi, ittiosi volgare, cheratosi pilare, iperlinearità palmare, dermatite delle mani, eczema del capezzolo, pitiriasi alba, segno di Dennie-Morgan, elevati livelli sierici di immunoglobuline E (IgE) e suscettibilità alle infezioni cutanee.
Pur essendo molto completi, questi criteri risultano relativamente complessi nella pratica quotidiana e sono oggi utilizzati soprattutto negli studi clinici e nella ricerca.
I criteri dell'UK Working Party
Per facilitare la diagnosi nella pratica clinica, il gruppo britannico UK Working Party ha successivamente sviluppato criteri diagnostici più semplici, particolarmente utili negli studi epidemiologici e nell'assistenza territoriale (Endre et al., 2022; Williams et al., 1996; Williams et al., 1994, 1994a, 1994b).
Secondo questi criteri, il prurito rappresenta il requisito indispensabile. A esso devono associarsi alcune caratteristiche cliniche, come il coinvolgimento delle pieghe cutanee, una storia personale di cute secca, l'esordio precoce della malattia e la presenza di eczema nelle sedi tipiche.
Questi criteri hanno dimostrato una buona sensibilità e specificità e sono tuttora ampiamente utilizzati nella pratica clinica e nella ricerca epidemiologica, ma non sostituiscono il giudizio clinico, soprattutto nei lattanti molto piccoli, negli adulti con esordio tardivo e nei pazienti con presentazioni atipiche
La diagnosi secondo le linee guida più recenti
Le più recenti linee guida europee (EuroGuiDerm) e statunitensi (American Academy of Dermatology e American Academy of Allergy, Asthma & Immunology) sottolineano che la diagnosi della dermatite atopica deve essere considerata un processo clinico dinamico piuttosto che la semplice applicazione di criteri classificativi.
L'obiettivo del medico non è soltanto stabilire se il paziente sia affetto da dermatite atopica, ma anche definirne il fenotipo clinico, individuare eventuali fattori aggravanti, identificare le comorbidità allergiche e valutare l'impatto della malattia sulla qualità di vita. Questo approccio è diventato particolarmente importante con la disponibilità di nuove terapie biologiche e di piccole molecole mirate, che richiedono una caratterizzazione sempre più accurata del paziente.
Valutazione della gravità della malattia
Una volta formulata la diagnosi, è fondamentale stabilire la gravità della dermatite atopica. Questa fase è parte integrante dell’inquadramento clinico perché orienta la scelta terapeutica e consente di monitorare la risposta ai trattamenti. La gravità non coincide solo con l’estensione delle lesioni: devono essere considerati anche intensità del prurito, disturbi del sonno, dolore cutaneo, localizzazione in sedi visibili o funzionalmente importanti e impatto sulla qualità di vita (Wollenberg et al., 2025; Williams et al., 2022).
L’Eczema Area and Severity Index, abbreviato EASI, è uno degli strumenti più utilizzati negli studi clinici e nella pratica specialistica. Valuta estensione e intensità dei principali segni clinici in diverse aree corporee. Lo SCORing Atopic Dermatitis, o SCORAD, integra invece estensione, intensità delle lesioni e sintomi soggettivi, come prurito e disturbi del sonno. Nella pratica clinica è sempre più importante associare a questi strumenti le misure riferite dal paziente, note come Patient-Reported Outcome Measures (PROMs), perché permettono di cogliere aspetti che il solo esame della cute può sottostimare (Williams et al., 2022; Kunz et al., 1997).
Il Patient-Oriented Eczema Measure, o POEM, misura la frequenza dei sintomi nell’ultima settimana, tra cui prurito, sonno disturbato, sanguinamento, essudazione, fissurazioni, desquamazione e secchezza cutanea. Il Dermatology Life Quality Index, o DLQI, negli adulti e il Children’s Dermatology Life Quality Index, o CDLQI, nei bambini valutano l’impatto della malattia su attività quotidiane, relazioni sociali, lavoro, scuola, sonno e benessere psicologico. L’intensità del prurito può essere misurata con una Numerical Rating Scale, o NRS, da 0 a 10. Il gruppo Harmonising Outcome Measures for Eczema, o HOME, raccomanda un set di strumenti standardizzati che comprende EASI per i segni clinici, POEM e NRS per i sintomi, DLQI/CDLQI/IDQoL per la qualità di vita e strumenti per il controllo a lungo termine della malattia (Thomas et al., 2024; Williams et al., 2022).
Esami di laboratorio e biomarcatori
Gli esami di laboratorio non sono necessari nella maggior parte dei pazienti. L’aumento delle IgE sieriche totali è frequente, soprattutto nelle forme moderate e severe, ma non è specifico e non è indispensabile per la diagnosi. Esistono infatti forme cosiddette intrinseche o non IgE-mediate, nelle quali i livelli di IgE sono normali pur in presenza di un quadro clinico compatibile con dermatite atopica. Anche l’eosinofilia periferica, cioè l’aumento degli eosinofili nel sangue, può essere presente, ma non rappresenta un criterio diagnostico, perché si osserva in molte altre condizioni allergiche, infettive o infiammatorie (Guttman-Yassky et al., 2025; Langan et al., 2020).
Negli ultimi anni sono stati studiati numerosi biomarcatori, tra cui TARC, acronimo di Thymus and Activation-Regulated Chemokine, anche nota come CCL17, periostina, lattato deidrogenasi, interleuchina-13, interleuchina-22 e interleuchina-31. Tuttavia, nessuno di questi marcatori possiede oggi sensibilità e specificità sufficienti per essere raccomandato come test diagnostico routinario. Il loro impiego resta prevalentemente riservato alla ricerca, alla stratificazione biologica dei pazienti e agli studi sui nuovi trattamenti (Guttman-Yassky et al., 2025; Bieber, 2022).
Test allergologici
I test allergologici non devono essere eseguiti automaticamente in tutti i pazienti con dermatite atopica. Prick test e dosaggio delle IgE specifiche sono indicati quando l’anamnesi suggerisce una possibile allergia alimentare o respiratoria clinicamente rilevante. La semplice positività di un test indica sensibilizzazione, non necessariamente allergia clinica. Questo punto è essenziale, perché attribuire l’eczema a un alimento senza una reale correlazione clinica può condurre a diete inutili, restrittive e potenzialmente dannose, soprattutto nei bambini (Guttman-Yassky et al., 2025; Chu et al., 2024; Langan et al., 2020).
Nei bambini piccoli con dermatite atopica moderata o severa e storia compatibile può essere appropriato valutare allergie a latte vaccino, uovo, arachide, frutta a guscio o grano, ma l’interpretazione deve essere specialistica. Quando necessario, il test di provocazione orale rimane il riferimento per confermare un’allergia alimentare clinicamente significativa (Chu et al., 2024).
I patch test sono invece utili quando si sospetta una dermatite allergica da contatto associata. Questa possibilità va considerata soprattutto nei pazienti con eczema delle mani, del volto o delle palpebre, nelle forme resistenti al trattamento e quando vi è esposizione professionale o cosmetica a possibili allergeni da contatto, come nichel, profumi, conservanti, coloranti o ingredienti di prodotti topici (Langan et al., 2020; Owen et al., 2018).
Biopsia cutanea
La biopsia cutanea è raramente necessaria. Nella maggior parte dei casi anamnesi ed esame obiettivo sono sufficienti. Può diventare utile quando le lesioni sono atipiche, quando la malattia non risponde a terapie appropriate o quando è necessario escludere altre dermatosi infiammatorie o neoplastiche. L’esame istologico può mostrare spongiosi epidermica, infiltrato infiammatorio e iperplasia epidermica, ma questi reperti non sono specifici e devono sempre essere interpretati nel contesto clinico (Guttman-Yassky et al., 2025; Langan et al., 2020).
Negli adulti con esordio tardivo, lesioni estese, infiltrate, persistenti e scarsamente responsive al trattamento, la biopsia può essere utile per escludere il linfoma cutaneo a cellule T, in particolare la micosi fungoide iniziale, che può simulare una dermatite eczematosa cronica.
Diagnosi differenziale
La diagnosi differenziale varia con l’età. Nel lattante occorre distinguere la dermatite atopica dalla dermatite seborroica infantile, dalla scabbia, dalle ittiosi congenite, da alcune immunodeficienze primitive e da rare malattie metaboliche. Nel bambino e nell’adulto devono essere considerate dermatite allergica da contatto, dermatite irritativa, psoriasi, lichen simplex cronico, dermatite nummulare, dermatofitosi, pitiriasi rosea, scabbia e malattie bollose autoimmuni (Guttman-Yassky et al., 2025; Langan et al., 2020).
La diagnosi differenziale è particolarmente importante nelle forme localizzate alle mani, al volto e alle palpebre, dove l’esposizione a irritanti, cosmetici, farmaci topici o allergeni da contatto può simulare o aggravare una dermatite atopica preesistente (Owen et al., 2018).
Diagnosi nei diversi fototipi cutanei
Nei fototipi più scuri l’eritema può essere meno evidente o assumere tonalità violacee, grigiastre o brunastre. Di conseguenza, la gravità della malattia può essere sottostimata se il clinico si basa solo sull’intensità dell’arrossamento. Possono invece essere più marcate la lichenificazione, le lesioni follicolari e le alterazioni della pigmentazione post-infiammatoria, sia iperpigmentate sia ipopigmentate (Guttman-Yassky et al., 2025; Torrelo, 2014).
Il riconoscimento di queste varianti è importante per evitare ritardi diagnostici e trattamenti inadeguati, soprattutto in popolazioni con maggiore diversità etnica e fototipica.